livibantiox5Alla fine degli anni '50 la giornalista  fiorentina Grazia Livi abita a Milano, ma ogni tanto torna a Firenze e va a fare visita ad Anna Banti. La reputa grande scrittrice e la Banti l'ha più volte, in passato, incoraggiata a scrivere. La scrittrice, che vive in una grande villa appena fuori Firenze con il marito Roberto Longhi, di cui Grazia Livi è stata allieva, la accoglie :

"seduta in poltrona, a fronte alta, con la macchina da scrivere sulle ginocchia e con le perle alle orecchie e al collo [...] M'indicava la sediolina perchè la sistemassi accanto a lei. Veniva così interrotta la simmetria della stanza [...] Dall'altitudine un sorriso scendeva su di me, ma lo sguardo restava vigile, a guardia dell'identità impervia che s'era costruita... [...] Non amava parlare dei suoi libri. I vari elementi del suo lavoro -- stile elaborato, immaginazione ricchissima, sintesi ardua, tempi spezzati --- confluivano piuttosto in una signoria: quella del suo sguardo su di me. Vi leggevo dentro l'intolleranza. Ma insieme una benignità, nei miei confronti, tipica di chi non ha avuto figli. E una curiosità, ma impersonale, verso la giovane donna"

E scrive anche, Grazia Livi:

"... a parlare, c'erano le sue eroine. Eccole lì, sono tutte "contro": Contro il marito [...] contro il padre [...] contro il destino [...] contro gli uomini che compongono musica [...] contro l'assenza di un passato, che i maschi , invece, avevano posseduto e ricordavano bene.".

Al termine di una di queste visite in cui Grazia Livi si sente "... triste. Sentivo, fra noi, un'area disabitata, che lei aveva costellato di opinioni generali. Forse la colpa era della differenza di età: lei ormai dimorava fra le sue sicurezze come entro una cinta merlata" Anna Banti le propone di darle del tu "d'ora in avanti non mi chiamerai Lucia, mi chiamerai Anna Lucia". La Livi ricorda: "Arrossii, per l'imbarazzo. L'ipotesi di una possibile parità legava d'un tratto la vacillante identità al modello che, per inventare, aveva fatto il sacrificio dell'io. Congiungeva la sedia al trono. [...] Il congedo fu segnato da due baci sulle guance. Stette a guardarmi dalla sommità della scala mentre io scendevo i gradini, attraversavo l'atrio, varcavo la soglia. Quando mi voltai, con sollievo, il domestico stava già chiudendo la porta coi paletti di ferro".

(Grazia Livi, Le lettere del mio nome, La Tartaruga Edizioni, 1991)

Non doveva certo essere facile, avere a che fare con Anna Banti...

di Gabriella Alù (www.nonsoloproust.splinder.com)


inserito da GalassiaLibri 11:06 - sabato, 28 giugno 2008

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Leggendo "Le donne muoiono" non si può non avvertire un disagio che a me sembra prodotto dall'immedesimarsi dell'autrice nella condizione esistenziale delle sue donne morenti.

Siamo nel 2617, il "futuro" bantiano non è fatto di astronavi né di mondi paralleli, ma di parità di genere, uguaglianza sociopolitica di uomini e donne, quando improvvisamente scoppia un'epidemia di "seconda memoria", una memoria arcana che fa ricordare di essere già vissuti più e più volte in epoche lontane e diverse fra loro. Questo nuovo patto fra gli uomini e il tempo colpisce però solo gli uomini, che si scoprono così mortali solo per un lasso di tempo, per poi tornare nuovamente alla vita.

"Ne sorsero, nei primi tempi, complicazioni e confusioni sentimentali che minacciarono e spesso distrussero la coesione degli affetti presenti, avvelenati da nostalgie di ogni maniera e da una specie di oscillazione dei sessi. Qui sta il punto."  (p.62)

L'euforia della scoperta e la baldanza e l'arroganza che ne seguono sono tali che gli uomini,  iniziano a ritenere  le donne prive della seconda memoria   un'eccezione trascurabile "pur tanto cospicua".
Le donne tornano ad essere così considerate come agli albori dell'umanità e gli antichi pregiudizi maschili si rinnovano nell'esclusione e  nell'auto esclusione delle stesse dal corpo della società.
Esse continuano però a coltivare all'interno di comunità solo femminili scienze ed arti con rinnovato vigore nella consapevolezza della caducità. Soprattutto le arti rifioriscono, la bellezza è colta più facilmente dall'occhio che non ha la possibilità di perpetuare la vista infinitamente, mentre sapersi immortali rende ciechi e crudeli.
Trascorso un secolo dalla scoperta accade che in un ritiro per donne una giovane venga colta improvvisamente dalla memoria antica, ma la consapevolezza della distruttività che questo "dono" comporta induce la ragazza a darsi la morte, non prima però di aver lasciato uno scritto di ammonimento alle sue compagne, che esorta, se altri casi tra le donne dovessero accadere a mantenere il segreto.
Essere donna comporta responsabilità e rinuncia, questo ci dice Anna Banti con il suo racconto, rinuncia per qualcosa che non è un'entità astratta, ma per l'intera umanità, una sorta di rinuncia dell' io a favore dei molti/e.

Il racconto esce per i tipi Mondadori nel 1951 all'inizio di quello che sarà per un ventennio un periodo economicamente fortunato per una parte dell'Italia e fortemente disgregante per un'altra; la migrazione dal sud segnerà famiglie e l'assetto stesso di una società agricolo pastorale che non esisterà più.
Viene da pensare che se mai avessimo avuto una classe politica lungimirante, laica ed etica, il sud di questo Paese sarebbe davvero una sorta di Eden, con acquedotti al posto di autostrade e splendide Università. Sono fuori tema, ma il potere della letteratura è anche questo rimbalzare di pensieri come accade nella fase preonirica del sonno.
Negli anni '50 dl secolo scorso la letteratura fantascientifica prolifica, questo credo che accada soprattutto quando si vive in un mondo in rapida mutazione e le nuove "invenzioni" scoprono i nervi dei timori e delle speranze; ecco perché questo può essere a buon diritto considerato un racconto di fantascienza, la speranza di una società di pari è tanto più forte quanto più ci si è lontani, 2617!
L'Italia del 1950 non è pronta ad accogliere istanze di parità, le donne hanno appena avuto diritto al voto, sono sotto tutela degli uomini e della chiesa, ci vorrà mezzo secolo prima che alcune brutture del codice civile e penale vengano abolite: il nuovo diritto di famiglia, l'abolizione del delitto d'onore ecc.
Com'era la vita di Anna Banti?  Quanto si avverte nel racconto è la difficoltà di conciliarsi con l'essere se stessa ed essere moglie di Roberto Longhi, noto critico d'arte. Qui sta il punto.

Se devo accostarla ad un'altra grande scrittrice non alla Yourcenar penserei, piuttosto a Virginia Woolf, la sua signra Dalloway, la Ramsey,  sono molto vicine a Lavinia e ad Artemisia.

Spulciando tra le scrittrici di romanzi e racconti coeve ad Anna Banti ne trovo molte non ripubblicate come lei:
Fausta Cialiente, Marise Ferro, Angela Padellaro,  Alba de Céspedes...
Non tutte della sua stessa levatura, ma comunque migliori di molti colleghi che non sono finiti nell'oblio.

Anche così le donne muoiono.

Cristina Aicardi ( www.libridonne.splinder.com )

inserito da GalassiaLibri 20:19 - giovedì, 22 maggio 2008

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Inizi del '900, a Genova. Alla nascita del piccolo Michelino - famiglia Bastogi - la famiglia Parodi, ricca, partecipa al battesimo. La madre Maddalena è imbarazzata. Ma si conforta con la presenza dei piccoli figli Riccardo, Ettore, Tonino e Mariuccia. Matilde e Annetta sono invece le piccole di casa Parodi. A fine battesimo non passa inosservato il gesto di Ettore: il ragazzino si china e allaccia la scarpa a Matilde. Poi gli anni passano. Gli anni passano e passano due guerre, ma non muore il rancora che Mariuccia di casa Bastogi, e la madre provano per il gesto di Ettore, quell'aver allacciato la scarpa alla ricca Matilde. Passano due guerre, e la situazione si capovolge. Si capovolge perchè Ettore e Riccardo Bastogi sono andati - scapoli - uno a lavorare a Tanchino e l'altro a Parigi. Si capovolge perchè il Parodi marito - famiglia ricca! - che era l'unica fonte di sostentamento, è morto. Muoiono anche le mamme. Dei figli, nel secondo dopoguerra, troviamo ancora vivi Ettore e Riccardo, in Svizzera, in pensioni per gente bene. Anche Mariuccia è ancora viva, nella sue bella casa di Genova. Matilde, quella cui la scarpa è stata allacciata, muore invece povera, anziana, e senza che le sfugga un ultimo gesto di generosità. Chiede alla portiera di consegnare a Mariuccia delle lettere. La donna gliele porta, le lettere a Mariuccia, ma quella, aiutata dall'istupidimento che dà la vecchiaia, le rifiuta. Può essere che un ricco diventi povero, e forse cambierà, ma se un povero diventa ricco, si comporta come tale. Una scrittrice lucida e importante, una scrittura chiara ed elegante. Dei libri particolarmente difficili da trovare.

"I ragazzi Parodi, tre maschi e una femminuccia, avevano fatto colazione in piedi, pane e salame, per non sporcare il tinello, e fin dalle due del pomeriggio stavano impalati nei loro vestiti da festa, ad aspettare: il battesimo era fissato per le quattro. Appena accennavano a muoversi, la madre li sgridava, poca cosa in confronto agli scapaccioni che colle sue mani color salsiccia il padre avrebbe distribuito se fosse stato presente. Ma presente non era, aveva mangiato sul lavoro e poi sarebbe andato a rilevare i Bastogi, per condurli in chiesa con una carrozza di rimessa. Sebbene giugno fosse appena cominciato, il sole bruciava il letto secco del Bisagno, i tetti di lavagna, il porto: casa Parodi , all'ultimo piano di un vecchio edificio nel sestiere del Molo, schiacciata dal soffitto bassissimo , avvampava d'un colore sordo e compatto: la terrazzetta era un lago di fuoco. Tutti sudavano e Maddalena, stretta nella seta lilla del matrimonio, si raccomandava alla pendola del tinello come all'immagine della Madonna della Guardia. Di solito i Parodi desinavano alle sette e alle nove erano tutti a letto. Arrivarci a quell'ora! Quando il rinfresco, i convenevoli, la conversazione obbligata non sarebbero più che un ricordo ".

A. Scarparo e S. Haydn ( www.ilpostodeilibri.it )

inserito da GalassiaLibri 20:13 - giovedì, 22 maggio 2008

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